mercoledì 28 marzo 2012

CUBA, IL PAPA E QUALCOSA QUI


In viaggio verso Cuba, Benedetto XVI ha detto che “l'ideologia marxista come era concepita non corrisponde più alla realtà e così non può costituire una società: devono trovarsi nuovi modelli con pazienza e in modo costruttivo”. Quanto ai nuovi modelli, alla pazienza e alla costruttività delle strategie, sono d'accordo con il Papa. Però obietto che fin dagli anni lontani della Prima Internazionale, il marxismo non è mai stato un corpo dottrinario dato, ma una continua ebollizione in ogni angolo del pianeta di revisionismi in conflitto tra anarchici, riformisti, sindacalisti rivoluzionari, leninisti, sempre più grottescamente a gara nel disputarsi il ruolo di unici depositari dell'ortodossia. Meglio sarebbe, dunque, parlare di marxismi, anche laddove si volesse demolirli tutti in un colpo solo. Certo, non basta dileggiare la gerontocrazia di Cuba, come fa Giorgio Ferrari su “Avvenire” del 24 marzo. Curioso poi che lo faccia un supporter di Ratzinger con i suoi 85 anni suonati: in ogni caso, dovremmo aver imparato che il discrimine fondamentale non è tra i vecchi da archiviare e “largo ai giovani” (e in effetti il maestro di Predappio li mandò al largo e avanti verso la steppa con biglietto di ritorno riservato a pochi).
E poi chiedo: se il marxismo è oggi superato, in quale momento appariva convincente la sua corrispondenza con la realtà oggi smarrita e anzi definitivamente perduta? Ferrari denuncia che a Cuba oggi sono giganteschi i problemi della sua economia corrotta, della sua democrazia inesistente. A Cuba “si vive peggio di un tempo” e “gli ospedali non sono più un'eccellenza”: vorrei sapere perché la condanna della Chiesa era altrettanto ferma quando si viveva meglio e gli ospedali erano un modello anche per i ministri europei. Il confronto con la sanità negli altri paesi dell'America Latina era improponibile, benché in quei paesi le dittature assicurassero ampia libertà religiosa ai cattolici e a gran parte delle loro gerontocratiche gerarchie.
Non bisogna vedere le luci solo quando si sono spente. E quanto alle ombre, dovremmo fare una capatina in Bolivia dove i ragazzi lavorano in miniera per un euro al giorno all'estrazione di oro, argento e stagno (vedi “La Stampa” del 26 marzo). Lì potrebbe andare Piero Ottone a misurare le magnifiche sorti e progressive delle leggi “naturali” della domanda e dell'offerta, lui che come Angelino Alfano ci vuole liberare dal freno della Fiom che ricatta il Parlamento attraverso la Cgil e il Pd.
Sentivamo il bisogno di menti libere che ci emancipassero dai principi artificiali di una Repubblica fondata sul lavoro, su un posto sicuro e una paga equa, anzi addirittura sulla casa per la famiglia, la scuola per i figli, la salute e la pensione per la vecchiaia. Che cosa sono queste frivolezze novecentesche? Avanti coi carri.
Mario Dellacqua

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